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Comune di San Nicandro Garganico

San Nicandro Garganico è un comune della provincia di Foggia.  Il centro abitato sorge su un complesso di colline, pochi chilometri a sud-est della  Laguna di Lesina. Il territorio comunale si estende dal mare Adriatico, (Torre Mileto è la stazione balneare del comune), all'alta collina (754 m s.l.m.) ed è compreso tra le lagune di Varano e Lesina.  In esso si riscontra, pertanto, un insieme variegato di microambienti e paesaggi, nei quali anfratti, grotte e sorgenti rivelano la natura fortemente carsica dell’area.

Le più antiche citazioni parlano di un Castrum Sancti Nicandri. Il toponimo è riferito al santo omonimo ma è da chiarire di quale San Nicandro si tratti, poiché il martirologio romano conosce almeno tre diversi santi con questo nome. L'ipotesi più probabile è che il primo insediamento sia stato fondato in una tenuta di cenobiti denominato San Nicandro per la presenza di qualche chiesa dedicata al santo vescovo di Myra. Per cui lo stesso abitato ne avrebbe poi conservato il nome. Successivamente, divenuto desueto (o forse mai praticato a livello popolare) il culto di san Nicandro di Myra, agli inizi del Seicento l'attenzione cultuale, fuorviata dalla omonimia, si traspose su San Nicandro martire di Venafro, per l'arrivo di un frate francescano panegirista, che portò con sé nel centro garganico alcune reliquie proprio dalla cittadina molisana. Il culto di san Nicandro martire di Venafro, insieme ai compagni Marciano e Daria, grazie all'incentivo pastorale della Chiesa locale e alla promozione "mecenatistica" dei feudatari Cattaneo, assunse gradualmente, pur con periodiche difficoltà, i connotati di culto patronale cittadino, fino al giorno d'oggi. Nel 1861, con l'unificazione d'Italia, il nuovo governo piemontese decise di modificare il toponimo, forse per esigenze di duttilità burocratica, che divenne Sannicandro Garganico. Una delibera di Consiglio Comunale del 1998, approvata dal Presidente della Repubblica, ha ripristinato il toponimo in San Nicandro Garganico.

Monumenti e luoghi di interesse storico-culturale

Chiesa Madre Santa Maria del Borgo

È la chiesa madre della città, impropriamente identificata come cattedrale, nonostante non sia mai stata residenza episcopale. Costruita probabilmente tra il 1573 e il 1580, assunse presto le funzioni parrocchiali, trasferite dalla più antica chiesa di San Giorgio, sita nella Terravecchia.

L'edificio attuale è il risultato di vari rimaneggiamenti, il più incisivo dei quali è avvenuto intorno al 1693, per ordine del vescovo di Lucera Domenico Morelli e a spese delle confraternite, a seguito del terremoto del 1688. Si presenta oggi a pianta basilicale, con tre navate scandite da dodici pilastri e la volta (costruita nella seconda metà dell'Ottocento) a botte con lunette.

La facciata, di forma rettangolare ad abbracciare l'estensione delle tre navate, è interamente costituita di blocchi di pietra squadrati. Ad interrompere questa austerità, il sobrio portale centrale in stile tardo-rinascimentale, sovrastato da un frontone arcuato aperto che accoglie, sulla sommità, le insegne del vescovo Morelli e la lapide della ricostruzione del 1693.

Il campanile, un paio di metri a nord-est del corpo della chiesa, è a torre quadrata, dello stesso stile della facciata, diviso in tre sezioni da due cornicioni marcapiano. L'ultima ospita l'aula campanaria. La torre termina con una cuspide ottagonale, che sul versante principale reca una meridiana.

Da ammirare, la nutrita statuaria lignea di scuola napoletana, risalente al tardo barocco, come testimoniano le preziose ed espressive forme della statua dell'Immacolata, di San Michele, di San Nicandro, San Marciano e Santa Daria. Di un certo rilievo storico e artistico, la tela dell'Annunciazione, attestata al tardo Cinquecento, gli altari barocchi di San Michele e dei Santi Nicandro, Marciano e Daria, patroni della città.

Chiesa di San Giorgio in Terravecchia

Questa piccola chiesa è la più antica, sorge all'interno delle mura medioevali, è ad aula unica con tre campate, oggi coperte con tetto piano, ha un altare in marmo intarsiato con il retro provvisto di una piccola sacrestia. Tramite una scala pioli si accede a un soppalco che permette di portare doni e fiori alla Madonna di Costantinopoli. Lungo i muri si trovano ancora le nicchie con statue di santi, tra i quali San Giorgio, a cui è dedicata la chiesa, Sant'Antonio Abate e San Leonardo. La facciata è semplice, con portale in pietra e cornicione culminante con campanile a vela (a doppia campana), raccordato al prospetto da due lunette. Al centro della facciata è un prezioso quadro della Madonna con Bambino che copre un affresco molto più antico della Madonna Nera di Costantinopoli. Questa chiesa ha una particolarità per cui viene spesso ricordata nei racconti degli anziani: dietro l'altare, accessibile (fino al 1990) tramite una botola aperta sul pavimento ligneo del coro, c'è un pozzo molto stretto, corredato da un secchiello in rame battuto e stagnato del diametro di circa 10 cm; la leggenda racconta che chi riusciva a tirar su dal pozzo quel secchiello colmo di acqua, senza farne cadere goccia durante la risalita, poteva formulare un desiderio, che sarebbe stato esaudito.

Il Castello normanno aragonese

Il castello di San Nicandro Garganico è situato nel centro storico dell'abitato, su quella che anticamente doveva essere un'altura (224 m s.l.m.) decisamente strategica dal punto di vista logistico-militare. A quanto desumibile dalle fonti storiche, il primo edificio doveva costituirsi di una torre di avvistamento e difesa, presso cui era stanziata una guarnigione di soldati già in epoca normanna.

Nel periodo aragonese, probabilmente sotto i feudatari Della Marra, alla torre fu addossata la costruzione del castello nell'attuale perimetrazione, e fu attuata un'opera di "incastellamento" del primo nucleo abitativo che vi sorse nei dintorni: di tale poderoso intervento ci pervengono le torri circolari del versante Sud e quelle superstiti della muraglia occidentale.

Al XVI secolo, invece, è attestabile l'abbellimento della porta di accesso Est con la costruzione di una loggetta che collegava il castello con un grande palazzo innalzato tra la porta e le mura Est del castellum; nello stesso periodo fu costruito, come pertinenza, un palazzo ("Palazzo Fioritto") addossato alle mura Ovest, attualmente sede della Biblioteca Comunale "A. Petrucci" e del Museo Etnografico della Civiltà Contadina.

Altri interventi, probabilmente a scopo difensivo o dovuti all'adeguamento a nuove esigenze logistiche, si ebbero nel periodo Barocco e infine verso la metà del Novecento, quando venne ristrutturato internamente al fine di divenire residenza privata: fu creato il nuovo ingresso sul lato Est del castello e, di conseguenza il ponte levatoio che sovrastava l'attuale piano stradale fu chiuso definitivamente.

Attualmente il castello, dopo essere stato acquistato dagli Zaccagnino nell'Ottocento, appartiene alle famiglie Centulio e Tozzi, si presenta a base trapezoidale, con i lati disposti pressappoco secondo i punti cardinali: sul lato Nord vi sono due torri a base quadrangolare, di cui una è quella originaria del primo periodo; sul lato sud le due torri aragonesi a base circolare che danno le spalle alla chiesa madre.

Casale di Devia e chiesa di Santa Maria

Devia era un antico casale situato sul Monte Devio (o d'Elio), tra i laghi costieri di Lesina e Varano. La sua origine è probabilmente bizantina.

l primo documento relativo all'insediamento è redatto a Lesina nel 1032: Giovanni, vescovo di Lucera, concede all'abbazia benedettina di Tremiti la chiesa di S. Maria iuxta litus maris; l'abate di Tremiti si impegna al pagamento di cinque soldi d'oro da versare vita natural durante del vescovo concedente.

Non si hanno notizie certe circa la sua fondazione, ma vi è attestata, nell'XI secolo, una comunità di origine slava governata da un juppàno. L'economia del casale si fondava principalmente sull'agricoltura. Devia fu abbandonata dai suoi abitanti verso la fine del XIV secolo, probabilmente a causa delle incursioni saracene. Unica e importante testimonianza del Casale  è rimasta la chiesa di Santa Maria, un gioiello del romanico pugliese, in cui si custodiscono cicli di affreschi dal gusto bizantineggiante, datati tra i secc. XII e XIV.

La chiesa è a pianta basilicale, a tre navate absidate. Nel periodo successivo all'abbandono dell'abitato, l'edificio venne custodito dagli eremiti. Dopo la loro estinzione, la chiesa fu abbandonata all'incuria e destinata a ricovero di animali fino al crollo della copertura, che rese l'edificio inutilizzabile per secoli.

Torre Mileto

Torre Mileto è la stazione balneare del comune di San Nicandro Garganico, situata sulla fascia costiera tra i laghi di Lesina e Varano. Rappresenta il punto della terraferma più vicino in assoluto alle Isole Tremiti per la distanza di sole 11 miglia.

Il toponimo è riferito ad una torre costiera di avvistamento e difesa, probabilmente una delle più grandi ed antiche della costa adriatica. La zona circostante la torre è di notevole interesse archeologico e naturalistico, per la presenza di insediamenti che vanno dal Neolitico al Medioevo e grazie alle rigogliose forme di macchia mediterranea e ad una scogliera ricca di specie biomarine, di anfratti e di sorgenti d'acqua dolce. L'area occidentale del promontorio di Torre Mileto è attualmente interessata da una campagna di scavi archeologici, tesi ad indagare circa la presenza sul sito di vari insediamenti protostorici.

La torre sorge su una breve penisola, al largo della quale i fondali marini ospitano il relitto di una marsiliana, la Poma Santa Maria, affondata in circostanze misteriose nel 1607 e sospettata di trasportare un carico illecito di armi, tra cui alcuni cannoni: di essi tre sono stati recuperati nel 1975 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, in collaborazione con il Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Taranto, e sono tuttora conservati all'interno della torre.

La torre è probabilmente è di origine aragonese. La sua struttura è a base quadrangolare, con i lati disposti in ordine ai punti cardinali. Sul lato Sud vi è una scalinata rampante costruita in un periodo più tardo per introdurre più agevolmente a quello che, verosimilmente, doveva essere l'unico accesso originario. La parte superiore, delimitata da una corona a cinque caditoie a scopo difensivo, ospita la "piazza d'armi", da cui è possibile scorgere tutte le altre torri costiere fino alla costa molisana.

 L'attuale struttura è databile con certezza alla metà del XVI secolo, quando un mandato del viceré spagnolo Don Pedro di Toledo impose l'incremento e il rafforzamento dei presidi costieri e l'adeguamento strutturale delle torri già esistenti. Tra il XVII e il XVIII secolo la torre fu base stanziale di una piccola guarnigione di soldati, di numero variabile a seconda delle circostanze storiche: l'ultimo attacco documentato fu da parte dei turchi ottomani, nel 1649.

Verso la prima metà dell'Ottocento, la torre diviene base telegrafica per i contatti con le vicine Isole Tremiti, con annessa stazione meteorologica e semaforica collegata ad un porticciolo di IV classe ricavato nella baia ad Est. A questo periodo, con molta probabilità, risale un ulteriore innalzamento strutturale al di sopra della piazza d'armi, con la creazione di ulteriori ambienti e l'installazione di un braciere per le comunicazioni notturne. Intorno alla metà del Novecento diviene caserma della Guardia di Finanza, con annessa stazione radio e atterraggio elicottero sulla sommità: verso la fine degli anni sessanta, la torre viene poi definitivamente abbandonata.

Un progetto reso esecutivo grazie a fondi P.O.R. del Parco Nazionale del Gargano, nel 2005 le ha restituito il debito decoro e la fruibilità. Attualmente la torre è di proprietà del comune di San Nicandro Garganico. È temporaneamente inaccessibile, in attesa dell'imminente apertura di uno sportello informativo con annesso centro-visite del Parco Nazionale del Gargano.

 

Luoghi di interesse naturalistico

Dolina carsica "Pozzatina"

La Dolina Pozzatina è una dolina carsica, lunga oltre 650 metri, larga 400 e profonda intorno ai 100 metri; ha un perimetro di 1.850 metri. Sul fondo, di forma pseudo-circolare, vi è un terreno coltivato assai fertile, con al centro una cavità adattata a pozzo artesiano.

Rappresenta una delle più vistose e spettacolari manifestazioni del carsismo di superficie sul promontorio del Gargano ed è ritenuta da molti, essendo la seconda dolina più grande d’Europa, come uno dei fenomeni carsici più importanti d'Europa.

Le sue pareti sono interamente ricoperte da un lussureggiante bosco di lecci e querce. Sulla parete quasi verticale esposta a Nord si aprono due grotte.

Il sito è raggiungibile dalla città di San Nicandro Garganico, percorrendo la SP 48 San Nicandro Garganico-San Marco in Lamis fino al 13º km; di qui, sulla destra, una stradina asfaltata conduce direttamente davanti alla dolina, in una posizione soprelevata, da cui inizia il tracciato per la discesa. Una stretta mulattiera, permette di scendere fino in fondo all'anfiteatro naturale.

 Monte Devio

Il Monte Devio (264 m s.l.m. - detto anche Monte d'Elio) è un complesso collinare situato nel comune di San Nicandro Garganico, tra i laghi costieri di Lesina e Varano, sul quale sorgeva l'antico casale di Devia.

Il toponimo è assai dibattuto, una tradizione relativamente recente fa risalire tale denominazione alla sfera culturale ellenistica (dal gr. Ἥλιος, Hèlios = sole) in esso identificherebbe, quindi, "il monte dove nasce il sole", anche se il nome sembra piuttosto verosimilmente dovuto alla presenza dell'abitato di Devia (Monte Devio, appunto). Costituisce una zona di notevole interesse naturalistico ed archeologico, facendone uno dei luoghi più rilevanti del Parco Nazionale del Gargano.

Grotta dell'Angelo

Sul monte d'Elio si apre una grande fenditura rivolta ad ovest a circa 150 m s.l.m., chiamata grotta dell'Angelo. La grotta è così denominata in quanto un'antica tradizione la pone come uno dei tre luoghi di culto, in tutto il Gargano, dell'Arcangelo Michele, probabilmente sin dal tempo dell'impero bizantino o della dominazione longobarda.

La cavità, si apre con un grande antro di forma semiellittica a ridosso di un ripido costone di formazione calcarea, rinvigorito da una flora assai variegata e quasi impenetrabile. Si sviluppa orizzontalmente all'interno della collina, stringendosi verso l'interno sino ad un trivio, da cui si dipartono altre due diramazioni, una in direzione Est, piuttosto breve, ed una assai più lunga in direzione Nord. Povera di concrezioni calcaree, tuttavia presenta un'attività carsica in pieno regime.

La grotta ha conosciuto una frequentazione umana già in tempi preistorici: una campagna di scavo condotta nel 1967-1968 dall'Istituto di Paleontologia dell'Università di Firenze, ha portato alla luce resti biologici, selci e ceramiche dal Paleolitico al Medioevo. Sulla parete destra sono tuttora visibili alcuni graffiti.

Il ritrovamento di tombe di età alto-medievale e la presenza di una pila circolare ricavata da un vano naturale, confermerebbero l'uso cultuale della grotta, probabilmente adibita a chiesa, come attestato anche da codici medievali concernenti le pertinenze di Devia, da cui la grotta dista un chilometro.

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